The Importance of Dialect

27 settembre, 2014 Lascia un commento

meneghello bianco e seppia

 

… Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto.  Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nocciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre  incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua. Questo vale soprattutto per i nomi delle cose. Ma questo nocciolo di materia primordiale (sia nei nomi che in ogni alta parola) contiene forze incontrollabili proprio perché esiste in una sfera pre-logica dove le associazioni sono libere e fondamentalmente folli. Il dialetto è dunque per certi versi realtà e per altri versi follia…

Luigi Meneghello, Libera nos a malo, Milano, Mondadori, 1986, pg.37

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Cycling together

13 luglio, 2014 Lascia un commento

Ieri ho accompagnato per un pezzettino due ragazzi. Stanno attraversando il mondo in bicicletta. Ci metteranno quattro anni. M’è sembrato un gran bel progetto di coppia.bici

Mr. Rail

25 giugno, 2014 Lascia un commento

rotaieAccadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde… Addio mio piccolo signore, che sognavi i treni e sapevi dov’era l’infinito; tutto quel che c’era io l’ho visto, guardando te. E sono stata ovunque, stando con te. C’è sempre un piano preciso, dietro a tutto…in questo aveva ragione il signor Rail… ognuno ha davanti le sue rotaie, che le veda o no. “Come sarebbe a dire ‘per caso’?… Tu credi davvero che  ci sia qualcosa che succede ‘per caso’?

Alessandro Baricco

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Loss of Relevance

20 maggio, 2014 Lascia un commento

 

mostra

Dal 31 maggio al 22 giugno 2014 Padova, Scuderie di Palazzo Moroni Inaugurazione: venerdì 30 maggio, ore 18 Sarà presente l’artista Presentazione di Carlo Polgrossi Intervento di Antonia Arslan Dopo la partecipazione all’ultima Biennale d’Arte di Venezia 2013, dove ha esposto con grande successo le sue opere in un evento collaterale, Norayr Kasper, artista visivo canadese di origine armena, espone a Padova con una personale presentando una selezione di opere dal titolo “Loss of Relevance” curata da Carlo Polgrossi. La mostra è organizzata dal Comune di Padova e dall’associazione Nairi Onlus, in collaborazione con l’associazione di Ricerca Culturale Casa di Cristallo e l’associazione Italiarmenia, e inserita nell’ambito del format Universi Diversi. Ispirata ai resti dell’eredità industriale dell’Armenia post sovietica, la mostra cerca di rappresentare la perdita di importanza delle macchine e dell’uomo, sullo sfondo di un’industria ormai in sfacelo, di immense superfici di edifici desolati e abbandonati, mero fantasma di un’epoca interrotta da bruschi e travolgenti eventi geopolitici. All’interno di questi stabilimenti superstiti, si collocano i ritratti di operai in vecchie uniformi di tela che continuano – sospesi nel tempo – a sorvegliare queste strane macchine. In un flusso di transizione e trasformazione, i macchinari smantellati, decostruiti, ricomposti e ammassati qua e là accennano un racconto effimero e rigenerativo, evocando la memoria della propria storia. L’intenzione di Norayr Kasper non è quella di interpretare la storia, né di documentare il passato, ma è connessa piuttosto con lo stato d’animo, con la perdita del sogno, attraverso gli spazi architettonici e il loro legame con la società odierna. Informazioni Servizio Mostre – Settore Attività Culturali Tel. 049/8204501-4502 Associazione Naìri Onlus info@nairionlus.org http://www.nairionlus.orghttp://padovacultura.padovanet.it/it/ #padovacultura #universidiversi

 

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Emotions Tracking

19 maggio, 2014 Lascia un commento

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Le risposte emotive sono automatiche e in un primo momento inconsce, in quanto ci accorgiamo del sentimento che che stiamo provando solo in un secondo momento quando avvertiamo le manifestazioni fisiche delle emozioni. E’ la mente cognitiva che suscita le manifestazioni fisiche dell’emozione che stiamo vivendo predisponendoci in questo modo all’azione. Se per esempio una circostanza  fuori dal nostro controllo suscita in noi l’emozione della paura, la mente cognitiva prepara il nostro corpo alla reazione più idonea al assicurare la sopravvivenza: la fuga o il combattimento. Le emozioni hanno dunque il compito di  guidare le nostre azioni sia che si tratti di gestire una minaccia che di cogliere una opportunità.

Gianpiero Lugli, “Emotions tracking”,  Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna, 2014, pg.4

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Logoanalysis, Philosophycal Attitude and Self-Humour

15 maggio, 2014 Lascia un commento

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Logoanalisi, atteggiamento filosofico e autoironia
Logoanalysis, philosophycal attitude and self-humour

Lucia Zorzi 1

Abstract
Nel campo che accomuna logoanalisi frankliana e atteggiamento filosofico, l’umorismo e l’autoironia rappresentano una espressione della capacità di autodistanziarsi e autotrascendersi, due caratteristiche – secondo Viktor Frankl – che  appartengono all’essere umano. Riuscendo a vedere la propria situazione esistenziale  dall’alto, come fa anche un filosofo, diventa possibile conferire un senso alla propria  vita. L’autoironia, il saper ridere di se stessi, aiuta ad abbattere le difese di onnipotenza che impediscono lo sviluppo di una personalità armonica (e di una  autentica consapevolezza di sé). Aiuta anche ad affrontare le difficoltà inevitabili e a  uscire dall’esistenza gregaria di chi non è libero di scegliere il proprio orizzonte esistenziale, ma si lascia scegliere dalla vita.
Parole chiave: umorismo – autoironia – distanziamento – trascendenza

Inside the field logoanalysis shares with philosophical attitude, humour and self-irony represent the ability to trascend and place oneself at a distance. Viktor Frankl thought those to be two peculiarities of human beings. If one succeeds in watching his own existence from above, as philosophy suggests, it becomes possible to give a meaning to his life. Self-irony, the ability to laugh at
oneself, can win our omnipotence defense mechanism so as to let a harmonious personality grow (together with a true self-awareness). It helps as well to face inescapable difficulties and to avoid the  anonymous existence of those who are not free to choose their life, but are chosen by life itself.
Key words: humour – self-irony – distancing – transcendence

1 Counselor filosofico SICoF

La logoanalisi frankliana
La dottrina terapeutica denominata da Viktor Frankl ‘logoterapia’ si accosta alla tradizione fenomenologica tedesca di Husserl, Stein, Heidegger e Scheler. A quest’ultimo lo psichiatra austriaco fa esplicito riferimento portando con sé ad ogni conferenza “Il formalismo nell’etica e l’etica materiale del valore”, testo che rappresenta il sistema fenomenologico di Max Scheler secondo il quale i valori posso essere considerati in una quasi precisa scala di priorità (a seconda della loro altezza – ordine preferenziale – e della loro ampiezza – diffusione e durata). Dalla fenomenologia di Husserl, Frankl ricava la teoria della triplice categorizzazione dei
valori (quelli costruttivi, quelli esperienziali e quelli di atteggiamento).  Dall’esistenzialismo di Kierkegaard e Nietzsche gli deriva la convinzione che l’individuo sia unico e irripetibile, oltre che irriducibile a qualsiasi classificazione. Sono tante altre le suggestioni filosofiche nel pensiero di Viktor Frankl che lo portano ad elaborare il suo modello di umanità tridimensionale. Una persona, è
convinto, non può essere analizzata solamente attraverso i propri problemi organici o quelli psichici: importante è soprattutto il piano noetico, attraverso il quale è possibile attribuire un senso ad ogni domanda che la vita ci pone. Non si tratta di tre
dimensioni stratificate, ma di realtà che si compenetrano: il sé noetico può sollevarsi sopra i disagi psicofisici e anche dove non gli è dato guarire, può sempre cambiare atteggiamento nei confronti dei vissuti difficili. È proprio nella dimensione noetica che viene ospitata l’unicità di ciascuno. Il senso della vita viene man mano costruendosi dentro la nostra consapevolezza quando sappiamo riconoscere i valori per noi importanti, quelli che ci appartengono veramente e che ci assegnano un compito. Solo un valore compreso acquista un significato e diventa logos. Lo psichiatra austriaco, sopravvissuto a quattro campi di concentramento, ha messo a punto questo modo di porsi di fronte ai problemi esistenziali intuendo che questi spesso sorgono da un vuoto di senso: attivando una ricerca di significato, quella situazione può far emergere un’apertura a significati altri, finora non percepiti, che
possono riattivare uno stato di benessere nella persona rimettendone in moto lo slancio vitale. Viktor Frankl definiva la sua come la terza scuola viennese di psicoterapia (oltre a quelle di Freud e Adler). Nella sua esperienza clinica aveva capito che ci sono domande a cui non esiste risposta. Chiedere “Qual è il significato della vita?” è come chiedere ad un giocatore di scacchi “Qual è la miglior mossa nel gioco?”. Non esiste un’unica risposta valida perché dipende dalla situazione concreta di quel momento particolare, dalle mosse dell’avversario, da imprevedibili fattori esterni. La logoterapia affianca la persona proprio in questa ricerca: ogni uomo deve trovare il proprio significato della vita, di volta in volta, in ogni situazione. Anche nei momenti tragici e negativi che il destino può portare. La citazione di Nietzsche: “Chi ha un perché per vivere può sopportare un qualsiasi come” rende perfettamente questo concetto. Ecco che diventa fondamentale, per vivere meglio, comprendere l’assetto valoriale su cui la persona ha costruito la propria visione del mondo, rendendo possibile l’apertura a ulteriori nuovi significati.
L’interesse iniziale è stato tutto per Freud, ma ben presto Frankl si iscrive alla Scuola di Psicologia Individuale di Adler (che era un alunno dissidente di Freud). Poi arriva anche la rottura con la scuola adleriana: né Freud, né Adler, secondo lo psichiatra
austriaco, avevano saputo uscire dal determinismo delle loro dottrine. Frankl non poteva condividere la teoria dei meccanismi inconsci delle pulsioni libidiche raccontati da Freud e non poteva concepire che le azioni del soggetto fossero motivate a insaputa dello stesso. Né poteva accettare la teoria adleriana dei meccanismi compensatori che rendevano reattivo il comportamento umano. Il padre della logoanalisi, a tal proposito, fonda un pilastro della sua teoria: è vero che l’uomo non può evitare i condizionamenti a cui è sottoposto, ma anche in quel caso gli resta pur sempre la libertà di scegliere che tipo di atteggiamento adottare di fronte al condizionamento. Ecco perché non c’è spazio nemmeno per la simbolica archetipica di Jung: Frankl è fortemente convinto che ogni uomo sia pienamente responsabile di ciò che fa, di ciò che ama e anche di ciò che soffre. Anche di fronte alla sofferenza, infatti, l’uomo è libero di scegliere come porsi, di trovarvi un senso, di trasformarla in bagaglio positivo per l’esistenza. Ne ha fatto esperienza sulla propria pelle, osservando gli altri internati nei campi di concentramento. Ecco che la sua si
presenta come una continua tensione verso uno scopo (un ideale o una persona) prima da individuare e poi da raggiungere. Il senso della vita, secondo Frankl, si trova proprio nella ‘libertà per’, nella scelta di donarsi a qualcosa o a qualcuno. Secondo lui,
si sta bene solo quando c’è un compito esistenziale. È proprio questo che ci permette di autotrascenderci per orientarci al di là e al di sopra di noi stessi. Trattare l’uomo come un sistema chiuso che si attenga al principio dell’omeostasi significa negare che la sua sia invece un’essenza aperta: essere uomo significa restare sempre proteso verso l’altro da sé (“forza di resistenza dello spirito”, la chiama Frankl), capendo che tutto quello che è dato è salvato per sempre e che possiamo continuamente aprire la nostra vita ad altri significati.
Due sono le caratteristiche peculiari dell’essere umano: l’autodistanziamento – che ci insegna ad oggettivarci – e ‘autotrascendenza. Il primo consente alla persona di guardarsi dall’esterno, di osservarsi e di prendere posizione anche nei confronti di se stesso. Il mio destino non è ineluttabile, posso sempre scegliere che persona voglio diventare. Chi sa autodistanziarsi è capace di umorismo: ridere di sé implica infatti la capacità di vedersi e percepirsi diversi. Solo se riesco a vedere qualcosa di più della mia malattia, del mio disagio, del mio condizionamento, se non mi ci identifico completamente, allora posso cambiare.
La seconda caratteristica è l’autotrascendenza, la capacità di orientarsi al di là di se stessi donandoci ad uno scopo per noi importante. Nel momento in cui l’uomo è totalmente preso da un compito esistenziale che lo assorbe, dimentica se stesso e
realizza l’autotrascendenza. Qui si sta parlando di qualcosa di più dell’autorealizzazione. Il mio fine non sono io stesso: comincio con me stesso, ma non finisco con me stesso, imparo a conoscermi ma per rivolgermi ad altro da me.
Occorre che la meta sia al di fuori di noi. La metafora usata da Frankl è quella dell’occhio che vede se stesso quando è malato di cataratta; quando invece è sano, l’occhio vede il mondo che lo circonda.
Secondo Frankl, questi due aspetti innati ci permettono di realizzare compiti significativi e di vivere la vita in pienezza conferendole un senso. Non sono ‘libero da’ condizionamenti, ma sono sicuramente ‘libero per’ scegliere responsabilmente il
mio atteggiamento davanti a quanto mi condiziona, non si stanca di ripetere Frankl.
L’autodistanziamento e l’autotrascendenza possono essere perseguiti attraverso la dereflessione, l’autoironia, l’umorismo, l’intenzione paradossa, la modulaziome di atteggiamento. La dereflessione viene applicata dove esiste un egocentrismo molto
forte o una fissazione su desideri esasperati. Si struttura in due passaggi: spostare l’attenzione del paziente da sé (dando un segnale di alt) per indirizzarla al di fuori di sé (indicatore di direzione). L’intenzione paradossa mira a invertire l’atteggiamento del paziente davanti a paure o ossessioni, stimolando il desiderio al contrario: il paziente viene aiutato a desiderare quello che teme utilizzando la propria capacità di autodistanziamento. Frankl intuisce che invece di lottare contro le paure, è meglio provare a desiderarle, così il timore scompare. Un esempio: se una persona ha paura di svenire in ascensore, dovrebbe riuscire a salire in ascensore desiderando ardentemente di collassarvi dentro. La modulazione di atteggiamento si suddivide in quattro fasi: risvegliare la capacità di autodistanziamento; modularlo cercando elementi positivi all’interno di quelli negativi; ridurre i sintomi e rafforzare il nuovo equilibrio; infine allargare le possibilità di senso della vita. È come se la logoanalisi frankliana ci ponesse davanti ad una nuova consapevolezza: noi non siamo solo coloro che ‘domandano’, ma coloro che ‘rispondono’ alle domande dettate dal destino.

La logoanalisi e l’atteggiamento filosofico nella relazione d’aiuto
S’è detto che la logoterapia di Frankl è un orientamento psicoterapeutico che poggia su solide basi filosofiche, le cui radici fondano nell’esistenzialismo. Si tratta di una teoria molto flessibile e articolata che fin dal suo inizio si è aperta alla psicologia umanistica e all’analisi esistenziale come la intendeva Binswanger. Tre le colonne portanti su cui si basa: la libertà della volontà, la volontà di significato e il significato della vita. La cornice comune è la ricerca di far camminare insieme libertà e destino.
Un’accentuata matrice filosofica, dunque, che restituisce alla filosofia vissuta in modo pratico (e non solo come una teoria) l’originaria funzione di ricerca di senso dell’esistenza e di guida nell’arte di vivere nel miglior modo che ci è possibile. La logoterapia è dunque la risposta di intervento concreta all’analisi esistenziale messa a punto da Frankl: l’uomo deve sempre tendere verso il logos (il significato, il senso di quello che gli capita) e così otterrà una soddisfazione noetica che va oltre il principio del piacere freudiano.  Frankl è convinto che una crisi esistenziale vada accolta come un’esperienza ineliminabile, che appartiene all’intima natura dell’essere: va affrontata con coraggio e autenticità, quando invece il principio del piacere potrebbe portare da un’altra parte. L’analisi che può essere intrapresa sulla nostra esistenza si orienterà verso la realizzazione di progetti ‘su misura’, calibrati secondo l’assetto valoriale di ciascuno, il carattere individuale e i suoi desideri. Aiuta a prendersi l’impegno di salvare la nostra vita dal non senso e dal fatalismo. Lungo questo cammino impegnativo, la sofferenza non può essere evitata. È qui che incide fortemente la metodologia frankliana, sperimentata sulla propria pelle. Vivere per anni sotto la continua minaccia di morte nei campi di concentramento, il timore di perdere i propri affetti senza poter fare niente per proteggerli, la progressiva perdita del senso delle giornate e della vita. Frankl aveva osservato che i prigionieri seguivano un preciso iter di reazione nei campi di concentramento: all’inizio si sentivano spogliati della propria identità per diventare solo dei numeri; poi veniva a mancare loro la speranza e la fede e imparavano a sopravvivere nell’angoscia e nella paura (qualcuno cercava il suicidio lanciandosi sui fili dell’alta tensione); infine, nei fortunati che venivano liberati, imperava l’apatia, l’incapacità di gioire dopo tante sofferenze. Come tanti cadaveri viventi, i liberati sembravano incapaci di esistenza, di riprendere la speranza, e vivevano in una specie di stato d’animo retrospettivo. Frankl aveva sperimentato che se l’uomo non sa immaginarsi un futuro, non può vivere. Lo scrive anche Ludwing Binswanger quando afferma che nelle forme depressive la protentio (progettazione) si ritira nella retentio (memoria storica, nel passato) e produce solo vuote intenzioni. È lo stesso Frankl a spiegare che la logoterapia si avvale di uno strumento di tipo logico, fatto di contro-argomentazioni filosofiche e fondato sullo scambio di idee. L’obiettivo è quello di interagire sul piano cognitivo per smontare una visione del mondo cristallizzata e disfunzionale, aprendola man mano a una ri-significazione. Per ottenere questo risultato occorre affinare la coscienza e renderla capace di discernere ulteriori significati e valori in ciò che viviamo, con il conseguente rafforzamento di un atteggiamento più responsabile. Frankl parlava di ‘psicologia dell’altezza’ in grado di mostrare della natura umana non solo le profondità inconsce, ma anche le ‘vette’ dello spirito. Questa trascendenza, questo guardarsi oltre è molto connaturato all’atteggiamento filosofico. Alla volontà di piacere di Freud e alla ‘volontà di potenza’ di Adler, Frankl contrappone la ‘volontà di attribuzione di senso’. Afferma infatti che la coscienza è un organo di significato, che non può essere prescritto come una ricetta, ma che deve venir trovato dal paziente. C’è sempre un solo vero significato in ciascuna situazione e la coscienza intuitivamente lo può scoprire, se è allenata a farlo. Possiamo affermare che la logoanalisi frankliana si presenta come la forma di psicoterapia che ha maggior affinità con una relazione d’aiuto filosoficamente orientata. A partire da un comune terreno linguistico: entrambi condividono, infatti, l’uso di molte parole chiave quali autodistanziamento, autotrascendenza, ricerca di significato, progetto esistenziale, consapevolezza, atteggiamento interiore. In entrambi quello che più conta è il metodo dialogico come già Socrate lo intendeva, cioè come una conversazione da persona a persona che sappia sviluppare effetti terapeutici ed educativi. Il dialogo socratico – per Frankl – è il paradigma di ogni relazione d’aiuto (funzione maieutica): è con esso che la logoterapia (e anche una relazione d’aiuto filosoficamente orientata) cerca di aprire il varco di una possibilità anche là dove tutto appare già deciso, per far affiorare un nuovo significato, per trovare una nuova direzione di senso. Il dialogo logoterapeutico mira proprio a questo: affiancare e sostenere l’interlocutore mentre questi cerca di ri-generare una direzione di senso, aiutandolo a prendere posizione rispetto a ciò che gli accade e riuscendo a trascendere gli avvenimenti esercitando una scelta responsabile. Anche con un intervento filosofico nella relazione d’aiuto si attua una ‘terapia’ linguistica che intende curare il linguaggio della persona, se quel linguaggio evidenzia disagi esistenziali. Per Wittgenstein i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Allora lo scopo principale della filosofia diventa la chiarificazione logica dei pensieri. Non una dottrina, ma una attività che può ‘curare’ il linguaggio e, di conseguenza, il mondo di una persona. Si è anche scritto che la logoterapia di Frankl è di fatto una pratica filosofica clinica (Demetrio), una pratica che aiuta a penetrare nel nostro pensiero e nei modi di essere degli altri. Gli stessi metodi usati dalla logoterapia (dialogo socratico, modulazione dell’atteggiamento, dereflessione, intenzione paradossa) possono essere considerati la versione moderna degli esercizi spirituali antichi. È inoltre riscontrabile una similitudine metodologica tra logoanalisi e relazione d’aiuto filosoficamente orientata: entrambe partono dalla dimensione noetica della persona. Il ‘dover essere’ è del tutto individuale per Frankl, non esistono leggi generali che insegnino come vivere. La logoterapia, come anche l’atteggiamento filosofico in una relazione d’aiuto, si pongono empaticamente nell’incontro con la persona che chiede aiuto, con l’obiettivo di aiutarla ad accedere al logos, di sfrondare cioè i significati stantii e disfunzionali, senza interpretarli in base a paradigmi precostituiti, ma con l’intento di bonificarli nei termini che contano davvero per la persona coinvolta. La loro è una funzione maieutica che cerca di portare alla luce nuove possibilità esistenziali, di guardare sia il dritto che il rovescio della trama che la vita traccia. Il loro intervento ha l’accortezza di non dare mai nuovi significati ma di aiutarli a venire trovati. Entrambi sono aperti a qualsiasi apporto culturale interessante per raggiungere lo scopo, senza dogmi né giudizi di valore. Rappresentano in sostanza due motori potenti che spingono a cercare continuamente di farci corrispondere alla vita che viviamo, perché diventi la nostra vita.

Umorismo e autoironia nell’analisi esistenziale
Abbiamo sottolineato come l’analisi esistenziale prenda forma dagli sviluppi della fenomenologia di Husserl e dall’ontologia esistenzialistica di Heidegger e rientri nell’ambito della psicologia umanistica che si concentra sull’unicità di ciascun essere
umano, capace di riflettere su se stesso e di autodeterminarsi. Si parla anche di antropoanalisi, della quale uno dei principali esponenti è Ludwig Binswanger. È proprio al Dasein, all’Esser-ci, che Heidegger fa risalire l’ente che si relaziona con
l’essere attraverso le tre dimensioni del tempo vissuto. Quando la relazione con la temporalità è alterata, l’uomo non è più in grado di vivere autenticamente la propria vita e si ammala. L’analisi esistenziale è dunque molto legata al concetto di
temporalità: è attraverso il nostro rapporto con il tempo vissuto che possiamo autoconfigurare la nostra esistenza.
Dietro la visione di Frankl c’è molta fiducia nell’essere umano e nelle sue capacità. Il logoterapeuta accetta la sfida pedagogica di portare l’uomo dentro la propria stessa umanità. Autodistanziamento e autotrascendenza ben rappresentano la coscienza
umana, secondo Frankl, mentre umorismo e autoironia si configurano come abilità fondamentali che aiutano a trovare un senso alla propria vita. La volontà di significato non è un bisogno ma il desiderio di trovare un valore. Si entra così nel difficile regno della libertà tracciato dai nostri valori-guida.
Se è vero che la sofferenza probabilmente fonda la terapia di Frankl, è anche vero che lo psichiatra austriaco ha ben chiaro come la sofferenza sia anche la vera fonte dell’umorismo. Anche nella sofferenza, infatti, Frankl fa l’esperienza di non essere completamente schiavo del dolore: sicuramente ha sofferto, ma è riuscito anche a sollevarsene, ad uscirne fuori. L’autoironia porta all’autodistanziamento e rompe così certi automatismi, con la conseguenza che non c’è più posto per un Io onnipotente che si prenda sul serio. Si tratta di un atteggiamento interiore, di una abilità cognitiva che si apprende. Se imparo a ridere di me ammettendo il mio limite, imparando dagli errori, non assolutizzando il mio punto di vista, guadagnerò nuovi significati, saprò vivere meglio anche la sofferenza. Combattendo l’ipertrofia dell’Io saprò riprendere in mano i pensieri negativi per cercare altri significati, sarò capace di autotrascendenza.
Ridere rappresenta la libertà per esprimere i miei condizionamenti nel darmi a qualcosa o a qualcuno. Più sono proiettato verso l’altro, più sarò capace di ridere di me. Andare al di là della sofferenza vuol dire diventare creativi. Se l’umorismo e l’autoironia sono abilità che si apprendono, può risultare utile il gioco che proponiamo.

I sei cappelli per pensare
Il gioco si ispira al testo di Edward De Bono, dal titolo omologo, e fa sperimentare la capacità di cambiare punto di vista, stimolando intenzionalmente nuovi modi di pensare. Non sono l’utilizzo del pensiero verticale, che deve sempre seguire sequenze
logiche, non può commettere errori, ma anche del pensiero laterale, che può procedere per salti.
Mi immagino in una situazione conflittuale/complessa concreta e provo ad affrontarla indossando sei cappelli di colore diverso, prendendo posizioni diverse, uscendo dai miei pregiudizi, considerando punti di vista alternativi per trovare una gamma di soluzioni più ampia. Ecco i diversi ruoli implicati dai diversi cappelli:

1) cappello bianco (razionalità): analisi dei dati, iper-razionalità, ricerca di informazioni e di analogie, è il pensatore imparziale che mira esclusivamente ai fatti. Esclude presentimenti, intuizioni, sentimenti, opinioni, impressioni.
2) cappello rosso (emotività): tira fuori i propri vissuti emotivi senza remore, senza filtri, può dire quello che vuole, esprimersi di getto, aver sfoghi liberatori, come se ritornasse bambino. Non giustifica mai le proprie emozioni, né motiva quello che dice. Accende e spegne le sensazioni in pochi istanti, senza strascichi.
3) cappello nero (pessimismo), indossato dall’avvocato del diavolo, razionale ma sempre negativo, elimina le idee che non funzionano, smonta sempre, censura, punzecchia.
4) cappello giallo (ottimismo), è quello che rivela sempre gli aspetti positivi, le opportunità che si aprono, spinge sull’ottimismo (ma può sfociare nell’ingenuità).
5) cappello blu (controllo), è quello che organizza il processo del pensiero, appiana le controversie, impone disciplina, è come un direttore d’orchestra che impartisce istruzioni e commenta ciò che osserva, ponendo le regole del gioco.
6) cappello verde (creatività), indica sbocchi creativi, nuove idee, fa proposte migliorative e, utilizzando anche visioni insolite, trova nuove soluzioni.
L’intento del gioco è ironico, e ci insegna come possiamo affrontare un problema da ottiche diverse e, di conseguenza, vivere in maniera diversa, legittimandoci a tirar fuori aspetti inediti di noi. Prima indosserò un cappello per volta, poi cambierò velocemente il colore del cappello e quindi posizione nei confronti della situazione inscenata. I cappelli permettono simbolicamente di attraversare quella stessa situazione con tanti punti di vista contemporaneamente. L’obiettivo è quello di
rompere la rigidità degli abituali metodi razionali che abbiamo imparato a usare. Nuovi comportamenti potranno essere messi in atto solo uscendo dagli schemi prefissati, dubitando delle presunte certezze acquisite, cercando idee inedite. La parte più interessante del gioco è sperimentare il punto di vista più lontano da noi, permettendo così ad un ottimista di esprimere pensieri negativi, oppure ad un emotivo di avere un approccio razionale al problema.

Bibliografia
Bergson H. “Il riso. Saggio sul significato del comico” Roma-Bari, Laterza, 1982.
Berra L. “Filosofia ed esistenza. Analisi Esistenziale, Logoterapia e Counseling Filosofico” Padova, Libreria Universitaria, 2012.
Blasucci S. “Socrate: saggio sugli aspetti costruttivi dell’ironia”, Bari, Adriatica, 1982.
Bruzzone D. “Viktor Frankl. Fondamenti psicopedagogici dell’analisi esistenziale”, Roma, Carocci Editore, 2012.
Bruzzone D. “Autotrascendenza e formazione. Esperienza esistenziale, prospettive pedagogiche e sollecitazioni educative nel pensiero di Viktor E. Frankl”, Milano, Vita e Pensiero, 2001.
Cecchin G., Lane G., Ray Wendel A., “Irriverenza. Una strategia di sopravvivenza per i terapeuti”, Milano, Franco Angeli, 2001.
De Bono E. “I sei cappelli per pensare”, Milano, Bur, 2011.
Frankl V. “Uno psicologo nei lager”, Milano, Edizioni Ares, 2007.
Frankl V. “Logoterapia e analisi esistenziale”, Brescia, Morcelliana, 2005 .
Freud S. “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio”, Roma, Newton Compton, 1985.
Jankelevitch V. “L’ironia”, Genova, Il Melangolo, 1987.
Kierkegaard S. “Sul Concetto di ironia in riferimento costante a Socrate”, Milano, Guerini e Associati, 1989.
Madera R. “Che cos’é l’analisi biografica a orientamento filosofico?”, in Brentani C., Madera R., Natoli S. et al. (a cura di) “Pratiche filosofiche e cura di sé” Milano, Bruno Mondadori, 2006.
Morin E. “Elogio della metamorfosi” La Stampa, 14 gennaio 2010, pag. 33.
Rolla E. “Così non mi piaccio. La terapia dell’umorismo”, Milano, Gribaudi 2005.
Watzlawick P. “Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica”, Milano, Feltrinelli, 2013.
Zaiser R. “Dagli esercizi spirituali dei filosofi antichi ai metodi della logoterapia. Viktor Frankl, pioniere della pratica filosofica moderna”, Ricerca di senso, vol. 6, n. 1, febbraio 2008.

http://www.psicoterapiaesistenziale.org/Dasein/Dasein%20n2/Dasein%20Journal%20N2.pdf

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Our Peculiar Friends

14 maggio, 2014 Lascia un commento

immaginazione

 

https://www.youtube.com/watch?v=rZT7wxLjXxs

Il mio amico cammina 
che sembra un pendolo 
attraversa la strada 
e tutti lo guardano 
in questo mondo veloce si muove a fatica 
ma tu guarda che razza di scherzi ti fa la vita 
il mio amico e’ sempre stato cosi’ 
fino da piccolo 
con la faccia bambina e impaurita 
che sembra un cucciolo 
quando parla il mio amico farfuglia piano 
e le parole nell’aria si sciolgono 
come venissero da lontano 
ma il mio amico è il mio amico 
e solo io so com’è 
lui ha un cuore pulito che un altro non c’è 
il mio amico quando è solo ascolta canzoni 
e ad ogni nota riaffiorano in lui 
vecchie e nuove passioni 
quando tu sei arreso e non sai cosa fare 
lui ti dice addormentati e prova a sognare 
vorrei essere anch’io cosi’ ingenuo e felice 
invece corro da sempre e non trovo mai pace 
il mio amico almeno e’ una bella persona 
uno strano violino con le corde di seta 
in un mondo distratto che cinico suona 
questo grande concerto che in fondo è la vita 
il mio amico non parla mai di odio e sfortuna 
anzi dice era peggio non essere nato 
non avrei mai potuto vedere la luna 
e tutte le altre bellezze che Dio ha creato 

Il mio amico a volte scompare e non lo vedo piu’ 
anche lui soffre mesi d’amore 
e non li manda giu’ 
gli succede di solito con una sconosciuta 
e ogni volta ancor prima che inizi 
è una storia finita 
ma il mio amico è il mio amico 
e solo io so dov’è 
se vuol farsi trovare, se ha bisogno di me 
o se invece vuol stare per giorni a parlare 
sulla spiaggia da solo con le onde del mare 
il mio amico che gioca con gli occhi a pallone 
ci incoraggia e soffre anche in allenamento 
lui da bordo del campo comanda l’azione 
ondeggiando leggero come grano nel vento 
dal mio amico ho imparato un milione di cose 
per esempio ad amare senza esser riamato 
a guardare la luna e i giardini di rose 
e tutte le altre bellezze che Dio ha creato 

il mio amico è il mio amico 
e non lo cambierei 
i ricordi piu’ belli ce li ho insieme a lui 
in questo mondo veloce 
il mio amico si muove a fatica 
proprio lui che mi aiuta a capire 
e ad amare la vita

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https://www.youtube.com/watch?v=wtyo71DwUas

Io mi ricordo che 
noi stavam sempre assieme 
lui ci faceva vedere 
quello che saperva fare 
ecco per esempio volava 
e i muri muri lui li attraversava 
poi in inverno di colpo 
i fiori li faceva fiorire 
sapeva anche scomparire 
e i gatti morti risvegliare 
fino a che un giorno 
l’han portato via di colpo 
e gli hanno aperto la testa 
per cercar di capire 
i suoi poteri speciali 
ma non li hanno capiti 
e ora che è tornato indietro 
io vedo le cicatrici 
li,tutte intorno alla testa 
e allora non sa più far niente 
sembra un deficiente 
e allora io piango 
io credo che in fondo 
ora è come morto 
è meglio morto 
corre sopr’al prato 
non gli importa niente 
canta trallallalla 
mentre lei lo guarda 
e allora ricordo 
quando lo guardavo volare 
e trasformare le cose 
e farle volare… 
la la la la la la la …


 

Categorie: Uncategorized
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