Wolves or Monkeys?

19 agosto, 2015 Lascia un commento

2072937378 … in ogni storia narrata dalle scimmie troveremo anche un lupo. E il lupo ci dice – è questa la sua funzione nella storia – che i valori della scimmia sono rozzi e inutili. Ci dice che ciò che conta nella vita non è mai una questione di calcolo. Ci ricorda che ciò che ha davvero valore non può essere quantificato o barattato. Ci rammenta che a volte dobbiamo fare ciò che è giusto, quali che siano le conseguenze. Tutti noi, penso, siamo più scimmia che lupo. In molti di noi il lupo è stato quasi del tutto cancellato dalla narrazione delle nostre vite. Ma è a nostro pericolo che permettiamo al lupo di morire. Alla fine i complotti della scimmia non porteranno a nulla; l’intelligenza della scimmia ti tradirà e la sua fortuna si esaurirà. Sarà in quel momento che scoprirai ciò che è veramente importante nella vita. E non si tratterà di quello che ti hanno procurato i tuoi complotti, le tue capacità e la tua fortuna, ma di ciò che resta quando complotti, capacità e fortuna ti avranno abbandonato. Tu sei molte cose. Ma il tu più importante non è quello che ordisce complotti: è quello che resta dopo che sono falliti. Il tu più importante non è quello che si compiace della tua astuzia: è quello che resta quando l’astuzia ti lascia per morto. Il tu più importante non è quello che cavalca la fortuna: è quello che resta quando la fortuna ti gira le spalle. Alla fine la scimmia ti deluderà sempre. La domanda più importante che puoi farti è: quando ciò accade, chi e che cosa  resta? Ci ho messo molto tempo, ma alla fine credo di avere capito perché ho amato Brenin così tanto e perché sento così dolorosamente la sua mancanza, adesso che non c’è più. Brenin mi ha insegnato qualcosa che la mia vasta cultura non poteva insegnarmi: che in una qualche antica parte della mia anima viveva ancora un lupo.

Mark #Rowlands, “Il lupo e il filosofo”, Oscar Mondadori, Milano, (2008), 2015, pp.9-10

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The Wolf, or the Clearing in the Woods

15 agosto, 2015 Lascia un commento

lupo Il lupo è naturalmente anche se ingiustamente, il tradizionale emblema della faccia oscura dell’umanità. Il che è paradossale sotto molti punti di vista, non ultimo quello etimologico. In greco, “lupo” si dice lykos, una parola così simile all’aggettivo leukos, “bianco”, “splendente” (e quindi tale da evocare la luce), che i due termini sono stati spesso associati. Può darsi, quindi, che tale associazione sia derivata semplicemente da errori di traduzione, oppure che fra le due parole ci fosse un nesso etimologico più profondo. Ma, quale che fosse la ragione, Apollo veniva considerato il dio sia del sole sia dei lupi. E in questo libro è proprio il collegamento tra il lupo e la luce l’elemento importante. Pensate al lupo come a una radura nella foresta. Nelle viscere della foresta ci può essere troppo buio per riuscire a vedere gli alberi, mentre la radura è il luogo che consente a ciò che era nascosto di essere svelato. I lupo, come cercherò di dimostrare, è la radura dell’anima umana. Il lupo svela ciò che rimane nascosto nelle storie che raccontiamo su noi stessi, ovvero ciò che quelle storie dimostrano ma non dicono.

Mark Rowlands, “Il lupo e il filosofo”, Oscar Mondadori, Milano, (2008) 2015, pg. 5

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#Epitteto’s Garden

11 luglio, 2015 Lascia un commento

IMAG2934                                                                                                                     Vale di più, figlioli, l’ombra di un albero che la conoscenza della verità, perché l’ombra dell’albero è vera finché dura, mentre la conoscenza della verità è di per sé falsa. Vale di più, per una giusta comprensione, il verde delle foglie che non un grande pensiero, perché il verde delle foglie potete mostrarlo agli altri, ma mai potrete mostrare agli altri un grande pensiero. Nasciamo senza saper parlare e moriamo senza aver saputo dire. La nostra vita trascorre fra il silenzio di chi tace e il silenzio di chi non è stato compreso, e intorno a tutto ciò, come un’ape in un luogo senza fiori, aleggia sconosciuto un inutile destino.

Fernando #Pessoa, “Pagine #esoteriche”, #Adelphi, Milano, 1997, Pg. 51

Self-deception

27 maggio, 2015 Lascia un commento
Se questa vita ha qualcosa per noi e se, salvo la stessa vita, dovessimo ringraziare gli Dèi, questa cosa è il dono di non conoscersi: di non conoscere noi stessi e di non conoscere gli altri. L’anima umana è un abisso scuro e vischioso, un pozzo che non si usa nel mondo superficiale. Nessuno amerebbe se stesso se si conoscesse, e così, se non ci fosse la vanità, che è il sangue della vita spirituale, moriremmo di anemia nell’anima. Nessuno conosce l’altro, e meno male che non lo conosce, perché se lo conoscesse, seppure madre, moglie o figlio, riconoscerebbe in questi, l’intimo metafisico nemico. Ci capiamo perché ci ignoriamo. […]  La vita che si vive è un fraintendimento fluido, un’allegra media tra la grandezza che non c’è e la felicità che non può esistere. Siamo contenti perché, persino nel pensare e nel sentire, siamo capaci di non credere nell’esistenza dell’anima. Nel ballo in maschera che viviamo, ci basta un abito gradito, che nel ballo è tutto. Siamo servi delle luci e dei colori, ci muoviamo nella danza come nella verità e, – soltanto, se soli e scompagnati, non danziamo – non conosciamo neppure il grande freddo della fonda notte esteriore, del corpo mortale sotto gli stracci che gli sopravvivono, di tutto quello che, da soli, crediamo sia essenzialmente noi, ma in fondo non è altro che la parodia intima della verità che noi supponiamo.Tutto ciò che facciamo o diciamo, tutto ciò che pensiamo o sentiamo, ha la stessa maschera e lo stesso domino. Per quanto ci spogliamo degli abiti, non arriviamo mai alla nudità, perché la nudità è un fenomeno dell’anima e non dell’atto di togliersi il vestito. Così, vestiti di corpo e anima, con i nostri abiti multipli incollati a noi come piume di uccelli,viviamo felici o infelici, o persino senza sapere chi siamo, il breve spazio che gli dèi ci offrono per divertirci, come bambini che prendono sul serio i giochi. Pochi di noi, liberi o maledetti, vedono all’improvviso – ma anche costoro rare volte vedono – che tutto quello che siamo è ciò che non siamo, che ci sbagliamo su ciò che sia corretto e non abbiamo motivo di concludere che sia giusto. E colui, che in un breve momento, vede l’universo spogliato, crea una filosofia, o sogna una religione; e la filosofia si diffonde e la religione si propaga, e coloro che credono nella filosofia iniziano a usarla come un abito che non vedono, e coloro che credono nella religione cominciano a indossarla come una maschera di cui si dimenticano.E, senza conoscerci e senza conoscere gli altri, dunque intendendoci allegramente, passiamo nel vortice della danza o nelle conversazioni del riposo, umani, futili, seri, al suono della grande orchestra degli astri, sotto gli sguardi sdegnosi ed estranei degli organizzatori dello spettacolo. Solo loro sanno che siamo prede dell’illusione che ci hanno creato. Ma quale sia il motivo di tale illusione, e perché esista questa, o una qualsiasi altra illusione, o perché costoro, anche essi illusi, abbiano fatto in modo che avessimo l’illusione che ci hanno dato, – questo, di sicuro, neanche loro lo sanno.
Fernando #Pessoa, Il Libro dell’Inquietudine, Roma, Newton Compton, 2006, pp.180-181
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Safe Haven

26 maggio, 2015 Lascia un commento

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“Per arrivare all’infinito, e credo vi si possa arrivare, abbiamo bisogno di un porto, di uno soltanto, sicuro, e da lì partire verso l’Indefinito”

Fernando #Pessoa, Il libro dell’inquietudine”, Roma, Newton Compton, 2006, pg.12

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Leaving Behind

24 maggio, 2015 Lascia un commento

nebbia 2

E’ nel mondo, nello specchio delle cose e degli altri uomini, che si trova se stessi, come quel pittore di cui parla una parabola di #Borges, che dipinge paesaggi, monti, alberi, fiumi e alla fine si accorge di aver ritratto in questo modo il proprio volto. Ogni vero viaggio è un’odissea, un’avventura la cui grande domanda è se ci si perde o ci si trova attraversando il mondo e la vita, se si afferra il senso o si scopre l’insensatezza dell’esistenza. [..] Il viaggiatore procede, come nella vita, in una mescolanza di programma e causalità, mete prefissate e impreviste digressioni che portano altrove; sbaglia strada, torna indietro, salta fiumi e ruscelli; è incerto su cosa visitare e cosa trascurare, perché anche viaggiare, come scrivere e come vivere, è innanzitutto tralasciare.

Claudio #Magris, “Vietato rompere nidi e scrivere prefazioni“, nell’edizione spagnola edita da “El Mundo” di “Viaggio in #Portogallo” di José #Saramago, 

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Lisbon Revisited

17 maggio, 2015 Lascia un commento

Nulla mi lega a nulla.

Voglio cinquanta cose allo stesso tempo.

Bramo con un’angoscia di fame di carne

quel che non so cosa sia –

definitivamente l’indefinito…

Dormo irrequieto e vivo in un irrequieto sognare

di chi dorme irrequieto, mezzo sognando.

Mi hanno chiuso tutte le porte astratte e necessarie,

Hanno abbassato le tende dal di dentro di ogni ipotesi che avrei potuto vedere dalla via.

Non c’è nel vicolo trovato il numero di porta che mi hanno dato.

Mi sono svegliato alle stessa vita a cui mi ero addormentato.

#Lisbon Revisited, di Alvaro de Campos (eteronimo di #Pessoa)

(nella foto: Miradouro de Santa Luzia, #Lisbona)

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