Self-deception

27 maggio, 2015 Lascia un commento
Se questa vita ha qualcosa per noi e se, salvo la stessa vita, dovessimo ringraziare gli Dèi, questa cosa è il dono di non conoscersi: di non conoscere noi stessi e di non conoscere gli altri. L’anima umana è un abisso scuro e vischioso, un pozzo che non si usa nel mondo superficiale. Nessuno amerebbe se stesso se si conoscesse, e così, se non ci fosse la vanità, che è il sangue della vita spirituale, moriremmo di anemia nell’anima. Nessuno conosce l’altro, e meno male che non lo conosce, perché se lo conoscesse, seppure madre, moglie o figlio, riconoscerebbe in questi, l’intimo metafisico nemico. Ci capiamo perché ci ignoriamo. […]  La vita che si vive è un fraintendimento fluido, un’allegra media tra la grandezza che non c’è e la felicità che non può esistere. Siamo contenti perché, persino nel pensare e nel sentire, siamo capaci di non credere nell’esistenza dell’anima. Nel ballo in maschera che viviamo, ci basta un abito gradito, che nel ballo è tutto. Siamo servi delle luci e dei colori, ci muoviamo nella danza come nella verità e, – soltanto, se soli e scompagnati, non danziamo – non conosciamo neppure il grande freddo della fonda notte esteriore, del corpo mortale sotto gli stracci che gli sopravvivono, di tutto quello che, da soli, crediamo sia essenzialmente noi, ma in fondo non è altro che la parodia intima della verità che noi supponiamo.Tutto ciò che facciamo o diciamo, tutto ciò che pensiamo o sentiamo, ha la stessa maschera e lo stesso domino. Per quanto ci spogliamo degli abiti, non arriviamo mai alla nudità, perché la nudità è un fenomeno dell’anima e non dell’atto di togliersi il vestito. Così, vestiti di corpo e anima, con i nostri abiti multipli incollati a noi come piume di uccelli,viviamo felici o infelici, o persino senza sapere chi siamo, il breve spazio che gli dèi ci offrono per divertirci, come bambini che prendono sul serio i giochi. Pochi di noi, liberi o maledetti, vedono all’improvviso – ma anche costoro rare volte vedono – che tutto quello che siamo è ciò che non siamo, che ci sbagliamo su ciò che sia corretto e non abbiamo motivo di concludere che sia giusto. E colui, che in un breve momento, vede l’universo spogliato, crea una filosofia, o sogna una religione; e la filosofia si diffonde e la religione si propaga, e coloro che credono nella filosofia iniziano a usarla come un abito che non vedono, e coloro che credono nella religione cominciano a indossarla come una maschera di cui si dimenticano.E, senza conoscerci e senza conoscere gli altri, dunque intendendoci allegramente, passiamo nel vortice della danza o nelle conversazioni del riposo, umani, futili, seri, al suono della grande orchestra degli astri, sotto gli sguardi sdegnosi ed estranei degli organizzatori dello spettacolo. Solo loro sanno che siamo prede dell’illusione che ci hanno creato. Ma quale sia il motivo di tale illusione, e perché esista questa, o una qualsiasi altra illusione, o perché costoro, anche essi illusi, abbiano fatto in modo che avessimo l’illusione che ci hanno dato, – questo, di sicuro, neanche loro lo sanno.
Fernando #Pessoa, Il Libro dell’Inquietudine, Roma, Newton Compton, 2006, pp.180-181
illusione-otttica-strumento
Categorie:Uncategorized

Safe Haven

26 maggio, 2015 Lascia un commento

gassa-damante1

“Per arrivare all’infinito, e credo vi si possa arrivare, abbiamo bisogno di un porto, di uno soltanto, sicuro, e da lì partire verso l’Indefinito”

Fernando #Pessoa, Il libro dell’inquietudine”, Roma, Newton Compton, 2006, pg.12

Categorie:Uncategorized

Leaving Behind

24 maggio, 2015 Lascia un commento

nebbia 2

E’ nel mondo, nello specchio delle cose e degli altri uomini, che si trova se stessi, come quel pittore di cui parla una parabola di #Borges, che dipinge paesaggi, monti, alberi, fiumi e alla fine si accorge di aver ritratto in questo modo il proprio volto. Ogni vero viaggio è un’odissea, un’avventura la cui grande domanda è se ci si perde o ci si trova attraversando il mondo e la vita, se si afferra il senso o si scopre l’insensatezza dell’esistenza. [..] Il viaggiatore procede, come nella vita, in una mescolanza di programma e causalità, mete prefissate e impreviste digressioni che portano altrove; sbaglia strada, torna indietro, salta fiumi e ruscelli; è incerto su cosa visitare e cosa trascurare, perché anche viaggiare, come scrivere e come vivere, è innanzitutto tralasciare.

Claudio #Magris, “Vietato rompere nidi e scrivere prefazioni“, nell’edizione spagnola edita da “El Mundo” di “Viaggio in #Portogallo” di José #Saramago, 

Categorie:Uncategorized

Lisbon Revisited

17 maggio, 2015 Lascia un commento

Nulla mi lega a nulla.

Voglio cinquanta cose allo stesso tempo.

Bramo con un’angoscia di fame di carne

quel che non so cosa sia –

definitivamente l’indefinito…

Dormo irrequieto e vivo in un irrequieto sognare

di chi dorme irrequieto, mezzo sognando.

Mi hanno chiuso tutte le porte astratte e necessarie,

Hanno abbassato le tende dal di dentro di ogni ipotesi che avrei potuto vedere dalla via.

Non c’è nel vicolo trovato il numero di porta che mi hanno dato.

Mi sono svegliato alle stessa vita a cui mi ero addormentato.

#Lisbon Revisited, di Alvaro de Campos (eteronimo di #Pessoa)

(nella foto: Miradouro de Santa Luzia, #Lisbona)

miradouro-de-santa-luzia-lisbona

Categorie:Uncategorized

Soul Impatience

27 aprile, 2015 Lascia un commento

rooted E io sono così, futile  e sensibile, capace di impulsi violenti  e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima. Tutto in me tende ad essere poi un’altra cosa: una impazienza dell’anima verso se stessa, come verso un bambino inopportuno; una inquietudine sempre crescente e sempre uguale. Tutto mi interessa e nulla mi prende. Seguo tutto sognando sempre; fisso le minime contrazioni del viso di colui con cui parlo, colgo le intonazioni millimetriche del suo modo di dire; ma  nell’udirlo, non lo ascolto, penso ad un’altra cosa, e quello che meno ho colto nella conversazione è stata la nozione di ciò che è stato detto, da parte mia o da parte di colui con cui ho parlato. Così, a volte, ripeto a qualcuno ciò che già gli ho ripetuto, gli chiedo  di nuovo ciò a cui lui ha già dato una risposta; ma posso descrivere, in quattro parole fotografiche, il sembiante muscolare con cui lui  ha detto ciò che non ricordo, o l’inclinazione di udire con gli occhi con cui ha recepito la narrazione che non ricordavo di avergli fatto. Io sono due, e entrambi distanti – fratelli siamesi non congiunti.

Ferdinando #Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”, Newton Compton Editori, Roma, 2013,  pg.18

Categorie:Uncategorized

#Decay

26 aprile, 2015 Lascia un commento

spiaggia  Sono nato in un’epoca in cui la maggior parte dei giovani aveva perduto la fede in Dio, per la stessa ragione per la quale i loro padri l’avevano avuta – senza un perché. E allora, poiché lo spirito umano tende naturalmente a criticare perché sente, e non perché pensa, la maggior parte di quei giovani ha scelto l’Umanità come surrogato di Dio. Appartengo, però, a quella specie di uomini che se ne stanno ai margini di quel mondo di cui fanno parte, e che non rivolgono lo sguardo solo alla massa cui appartengono, ma anche verso i grandi spazi che sono a lato, Per questo non  ho completamente abbandonato Dio come loro, né ho mai accettato l’Umanità. Ho considerato che Dio, pur essendo improbabile, potrebbe anche esistere e che, pertanto, si poteva adorare; ma che l’Umanità, essendo una mera idea biologica, e non significando altro che la specie animale umana, non era degna di adorazione più di qualsiasi altra specie animale. Questo culto dell’Umanità, con i suoi riti di Libertà e d’Uguaglianza, mi è sempre parso una reviviscenza di culti antichi, in cui degli animali erano come dèi, o degli dèi avevano teste di animali. Così, non sapendo credere in Dio, e non potendo credere in una somma di animali, sono rimasto, come altri a margine delle genti, in quella distanza da tutto ciò che comunemente è chiamato Decadenza. La Decadenza è la perdita totale dell’incoscienza; perché l’incoscienza è il fondamento della vita. Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe.

Fernando #Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”, Roma, Newton Compton Editori, 2013, pg.6

Categorie:Uncategorized

Brachetti’s Dreams

18 aprile, 2015 Lascia un commento

“Brachetti che sorpresa!”, al Teatro Sistina fino al 26 Aprile 2015

Gran bella sorpresa lo spettacolo di Arturo Brachetti: parole, risate, magie, incredibili trasformismi, ma anche il mondo onirico di Brachetti, la sua arte, tutto dentro la valigia della sua fantasia. L’artista piemontese avvolge gli spettatori, impossibile capire la sua velocità di trasformazione, guida il pubblico lungo un viaggio fatto di suoni e colori, di raggi di luce fatati e seducenti, di ombre cinesi e di disegni di sabbia. Lui poeta, che però sa anche ridere di sè. Quanta  arte nella sua arte e quanta perizia. Una vita a migliorarsi, “condannato” ad essere un numero uno. :-)

Non un one-man-show, ma un varietà. Arturo è sul palco con alcuni compagni di viaggio: il suo alter ego 328328, interpretato da Kevin Micheal Moore,  il duo Luca e Tino, il mago  (Francesco) Scimeni e l’ottimo prestigiatore (giovanissimo) piemontese Luca Bono. brachetti

Categorie:Uncategorized
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.355 follower